La poesia e lo sguardo
LA POETICA DELLO SGUARDO
Se osserviamo il mondo, anzi l’universo, allargando il nostro sguardo il più possibile, possiamo vedere le cose sotto diverse prospettive e su più livelli. Se dovessimo arrivare a un livello puramente materiale – senza dover negare l’anima o il costrutto della coscienza, infinitamente più complesso di qualsiasi meccanica puramente materiale, semplicemente rimanendo su un’analisi di livello materiale – potremmo ridurre noi stessi e il nostro sguardo a una parte di universo che riflette su se stessa. Siamo polvere di stelle che riflette e osserva l’universo stesso. Una parte di universo, una minuscola parte che riflette su se stessa.
Un tipo di magia: l’istante fotografico
In questo paradosso viviamo e percepiamo l’esistenza come un flusso temporale costante, che viaggia in una direzione. Abbiamo un’infinità di modi per ingannare il tempo, ma, ancora una volta, restiamo su un terreno squisitamente materiale. L’unico modo per ingannare il tempo – a questo livello – è la fotografia. Tangibilmente, è l’unico strumento in grado di fermare l’attimo in una singola unità materica: una stampa fotografica, che può esistere ben oltre l’esistenza di quella minuscola frazione di secondo. La fotografia, appunto. Un tipo di magia.
Quell’istante è esistito e, all’interno di quella cornice, è stato immortalato. Con una delicatezza inenarrabile a parole, perché lo spessore di un negativo è irrisorio, esattamente come la sottigliezza dell’attimo fotografico.
1/1000 di secondo. 1 secondo. 4 ore. I tempi di posa. Il tempo della nostra esistenza.
Possiamo scegliere tutti i parametri del mondo per dare struttura al nostro fotogramma. Possiamo essere bravissimi nel fare le scelte tecnicamente più corrette o nell’osare scelte meno convenzionali, oppure rimanere rigidamente ancorati a una struttura formale precisa. L’aspetto fondamentale è che ciò che scegliamo sia davvero frutto della nostra esperienza, di chi siamo davvero. Facciamo in modo che nel tempo della nostra fotografia sia presente una piccola traccia della nostra esistenza.
Sensibilità ISO, sensibilità nostra.
Esattamente come la sensibilità ISO indica la propensione alla luce del nostro sensore (o della nostra pellicola), dovremmo fare in modo che sul nostro fotogramma ci sia un altro referente: la nostra sensibilità. Essa è variabile esattamente come la sensibilità ISO in digitale. Dipende da chi siamo, dalla nostra cultura di riferimento, dalle diverse fasi della nostra vita. Per sviluppare la nostra visione, sarà indispensabile che questa risulti evidente nelle nostre produzioni.
Il diaframma. La messa a fuoco del nostro sguardo.
La nostra capacità di interpretare il mondo, visivamente parlando, di mettere a fuoco e concentrare l’attenzione su alcuni elementi di un determinato contesto ed escluderne altri, di mettere ordine in un insieme apparentemente caotico e disordinato, è straordinaria. Dorothea Lange spiegava che la fotografia è quell’arte che ci permette di osservare il mondo anche quando non abbiamo una macchina fotografica con noi. Ed è una frase che sento molto mia. La fotografia cambia radicalmente il nostro modo di vedere il mondo.
Trovare la nostra poetica visiva
Unendo tutti questi tratti – la nostra storia, il nostro presente con la sua emotività, la nostra sensibilità, i nostri interessi, eccetera – possiamo trovare la nostra narrazione del mondo. Tutto è già stato fotografato? Verissimo. Ma non sono mai esistiti due esseri umani uguali. Siamo tutti diversi e, in questa sacra diversità, dobbiamo trovare la nostra ricchezza e il rispetto assoluto per l’altro. Per questo non esisteranno mai due narrazioni completamente identiche, così come non esisteranno mai due esseri umani identici.
I pericoli del digitale, dell’intelligenza artificiale, dei social
I pericoli insiti in un accesso semplificato a determinati strumenti, senza un’adeguata cultura di supporto, sono enormi. Cosa rimane della fotografia dopo un passaggio in un programma di intelligenza artificiale? Nulla, perché senza due riferimenti fondamentali – la luce e la realtà – non si parla più di fotografia. Inevitabilmente, la nostra memoria ne risulterà danneggiata, distorta, deformata. E mi riferisco sia alla memoria familiare, sia a quella collettiva, storica e sociale. Siamo sicuri che, per un po’ di comodità in più (per l’ennesima volta), valga la pena pagare un prezzo altissimo?
Il pericolo dei social, invece, è quello delle semplificazioni e dell’uniformarsi alle mode del momento. Anche qui, l’unico rimedio è conoscere la fotografia: la sua storia, le opere, gli autori. State attenti ai rischi delle semplificazioni, della conformità e delle tecnologie fini a se stesse. Osate accettare limiti e scomodità, e usate la tecnologia solo quando davvero serve.
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